Che il presidente della Repubblica italiana abbia sentito il dovere, pur trovandosi in visita ufficiale all'estero, di richiamare gli italiani alla responsabilità del voto è un fatto che considero drammaticamente significativo.
Ma poco può Napolitano, poverino, contro la crisi di credibilità del sistema. Basta scorrere i fatti politici degli ultimi mesi per rendersi conto che in un Paese ormai alla deriva i nostri rappresentanti presso le istituzioni si dibattono nel loro dorato nulla e dibattono sul nulla.
Non è un caso che il volume "La casta" di Stella e Rizzo sia tuttora un best-seller. Non che gli italiani non avessero già la percezione della scadente qualità media dei nostri politici e della loro principale occupazione, quella del Potere. Ma leggerlo nero su bianco, con tanto di cifre e di circostanze, lo ha di fatto "certificato".
Ora si teme la disaffezione dal voto. Ora si teme addirittura qualcosa di più: la percezione della inutilità del Parlamento, quindi del fondamento della nostra democrazia. Del resto, come si fa a dar torto a coloro - e sono tanti - che hanno imparato che il loro voto non è comunque "utile" perché non serve, di fatto, a cambiare alcunché?
Certo, questo può essere chiamato "qualunquismo". Ma proviamo ad andare più nel profondo delle cose. Proviamo ad immaginare che, per una qualche coincidenza, potessimo essere noi stessi ad essere chiamati a governare il Paese e ci fosse concessa una “bacchetta magica” per risolverne gli enormi problemi.
Beh, io, per parte mia, devo ammettere che non saprei da che parte incominciare. Sì, una rivoluzione culturale, una presa di maggiore coscienza civile sarebbe urgente, ma i suoi tempi sono lunghi, non danno risposte nell’immediato. E l’immediato, purtroppo, incombe.
Ad esempio, come mi comporterei con la malavita organizzata? Manderei a Napoli l'esercito e spazzerei via - manu militari - la camorra? O sarebbe un'ingenuità, visto che tutti ci dicono che ormai la malavita organizzata ha i suoi maggiori referenti non nel quartiere Sanità, bensì nelle istituzioni locali e nazionali?
E per il carovita, quali ricette inventerei? Come fare in modo che la benzina non arrivi in poche settimane a 2 euro al litro? Come evitare che il pane venga venduto a 5 euro al chilo?
Come farei in modo che i salariati arrivino a fine mese senza problemi contemperando questa necessità con l'esigenza di non distruggere la competitività delle nostre imprese o continuare ad aumentare il debito pubblico?
E per le stragi sulle strade? Basterebbe chiudere le discoteche? O dovremmo cominciare a pensare ai limitatori di velocità sulle automobili, con tutto quel che ne consegue?
E per gli incidenti sul lavoro? Sì, più controlli, ma quanti ne servirebbero per farne scendere in modo significativo i drammatici numeri?
E per il dramma dell'insostenibile costo delle case, degli affitti, dei mutui, cosa si dovrebbe fare?
E per il problema energetico, che sarà il problema dei problemi da qui a poco, come dovremmo comportarci?
E come rendere compatibile con tutti i nostri problemi l'inarrestabile flusso migratorio che proviene dal terzo e quarto mondo?
Io su questi temi non ho idee che mi convincano del tutto. E non mi consola sapere che in questo sono simile a tanti italiani, compresi - purtroppo - quelli che dovrebbero governarci.
Sarkozy tempo fa costituì per la Francia un team di cervelloni, la commissione Attali, e provò a dare, loro tramite, risposte intelligenti e compatibili a domande del tipo di quelle che ho citato qui sopra. Io credo che sia il momento di fare altrettanto: chiamare a raccolta le menti migliori del Paese e farsi guidare da loro - senza preconcetti di natura ideologica - ad uscire dal pantano in cui ci troviamo.
Non sono ottimista, perché da noi la posizione di super partes non ha mai avuto cittadinanza e tutti gli esperti sono più o meno legati a qualche cordata politica, ma almeno si potrebbe provare. Sperando che non sia troppo tardi e che la cancrena non abbia già aggredito troppa parte dell'Impero.

Rugby che assurge a modello di lealtà e di sportività. E' quasi ingeneroso fare paragoni col gioco del calcio. Dove si gioca in quindici per parte non esiste la contestazione dell'arbitro, non esiste la folla urlante e piena d'odio contro l'opposta tifoseria. A nessuno scalmanato passa neanche lontanamente per la testa di gettare mortaretti o bottiglie sul campo: verrebbe fatto volare giù dagli spalti immediatamente dopo a cura dei suoi stessi compagni.
Un mese fa mia moglie ed io siamo stati tranquillamente seduti tra i tifosi inglesi e l'unica vera contrapposizione fra noi e gli altri era quella a chi si sgolava di più a cantare il proprio inno nazionale. Prima, durante e dopo il match potevi vedere tifosi italiani ed inglesi abbracciarsi e farsi immortalare insieme in foto piene di volti sorridenti e di lattine di birra (vendute a 5 euro cadauna, accidenti...).
Questo è il rugby. Un gioco con tantissime regole (mi pare siano oltre cento), che in pochissimi conoscono a menadito. Ma non serve poi tanto: bastano una decina di nozioni fondamentali a godersi una partita. E mai che si riesca a stare impassibili quando i lottatori si scambiano graziosamente spintoni, calci, pestoni, sgomitate, abbracci a tenaglia per spingere a terra l'avversario. Una specie di lotta greco-romana fatta per guadagnare metri di campo avanzando col corpo passandosi l'un l'altro all'indietro un pallone cucito male...
Roba forte, da gente forte, con tanti denti da sputare via a fine partita e tanto sangue che arrossisce le facce.... Gesti che nel rugby sono parte integrante di un percorso che passa per ottanta minuti di partita in cui un confronto fisico duro si coniuga col rispetto per l’avversario. Gesti che trascinano alla disciplina ed al rispetto delle regole sia gli atleti in campo che il pubblico che assiste. Fino al terzo tempo, il più duro da... digerire: quello che avviene a fine partita con le due squadre riunite, arbitri compresi, e fatto di cibo, brindisi (tanti) e strette di mano.