Raramente lo sento parlare di politica. Marco, simpatico ventisettenne, ha sempre avuto altro per la testa. Così sono rimasto sorpreso quando mi ha detto di aver partecipato alla manifestazione organizzata dal PD al Circo Massimo, qualche settimana fa: singolare, per uno come lui. “Come mai?” gli chiedo. E lui: “Per curiosità”. Appunto: Marco impegnato in politica proprio non ce lo vedevo. E infatti la sua curiosità, come poi mi ha spiegato, era soprattutto di tipo “sociologico”: aveva sentito parlare di un nuovo Sessantotto e voleva provare a starci in mezzo per qualche ora.
Ah, il Sessantotto…. Questo benedetto Sessantotto viene da più parti evocato. Anzi sembra quasi invocato da una parte del paese, quella relegata per altri quattro lunghi anni all’opposizione.
Come se il riferirsi ai fatti di quarant’anni fa fosse una sorta di ultima spiaggia e potesse, solo col suo immaginifico richiamo epico, dare anzitempo una spallata ad un governo che, invece, si dimostra granitico ed arrogante.
Io non credo che le odierne manifestazioni - da quella del PD alle occupazioni anti-Gelmini di molte scuole - possano essere neanche lontanamente apparentate al Sessantotto.
Il perché è presto detto: per ripetere il Sessantotto manca l’ingrediente fondamentale: gli ideali. Da noi il Sessantotto arrivò sull’onda lunga delle manifestazioni studentesche americane (Berkeley) che montavano soprattutto in nome del pacifismo contrario all’intervento americano in Vietnam, con tanto di bandiere USA bruciate in ogni dove. Era il tempo in cui Martin Luther King sognava un mondo senza discriminazioni razziali, e proprio in quell’anno venne assassinato. Era il tempo in cui Bob Kennedy si avviava a seguire le orme del fratello JFK e portare alla Casa Bianca la sua faccia da bravo ragazzo amante della giustizia, e proprio in quell’anno venne assassinato. Era l’anno della Primavera di Praga e di Jan Palach immolatosi per la libertà. Erano gli anni di Che Guevara e del Libretto Rosso di Mao. Erano gli anni del Maggio francese, delle cariche della polizia e della liberalizzazione sessuale, dei movimenti femministi. Erano gli anni delle prime “pillole” e delle droghe di massa.
Grande era l’impatto mediatico di quelle proteste, ma nulla in confronto a quello che avrebbe oggi una simile rivoluzione, con i moderni media a supportarla. Allora non c’era internet, né YouTube. Neanche si immaginava un PC. La protesta giovanile viaggiava soprattutto sulle ali della musica. Ricordo Bob Dylan, Joan Baez, Janis Joplin. Ricordo la Fender bianca di Jimi Hendrix a Woodstock che trasformava beffardamente l’inno americano in un urlo disseminato di suoni raccapriccianti che richiamavano le grida disperate degli uccisi sotto i bombardamenti al napalm.
E in Italia? In Italia si stava esaurendo l’espansione del Boom economico. Ci accodammo immediatamente a quelle istanze di libertà interpretandole a modo nostro. E così quel che nel resto del mondo aveva prodotto la rivalutazione della pace come “valore”, le premesse alla fine di ogni discriminazione, sessuale, razziale o religiosa da noi portò soprattutto conquiste nel mondo del lavoro (lo Statuto dei lavoratori) ma si protrasse per un altro decennio portando con sé lo stragismo e gli Anni di Piombo.
A sentire confrontare le odierne manifestazioni al Sessantotto viene da sorridere. Manifestare per la pace, per l’uguaglianza dei popoli ed occupare le scuole contro i tagli della Gelmini all’università non sono la stessa cosa. E viene difficile accostare “I have a dream” di Martin Luther King ai rimbrotti della Garavaglia (ministro ombra del PD per l’istruzione) sul maestro unico.
No, niente a che spartire col Sessantotto. Per un nuovo Sessantotto ci vorrebbero rabbia, “fame” di giustizia, condivisione di valori per la cui negazione valesse la pena di incazzarsi, di lottare con le unghie e con i denti. Forse per accenderla, questa voglia, ci vorrebbe che venissero calpestati platealmente i diritti fondamentali. Quello al telefonino, per esempio… E chissà se anche così basterebbe.
Oggi le nuove generazioni non sono attratte dalla politica. E non so dar loro torto. Quali speranze vengono accese dalla politica nei più giovani? Quale mondo si prospetta loro? Quali valori vengono loro trasmessi? E da quali leader politici?
Il fatto è che un tempo si credeva in qualcosa, si pensava che al modello di civiltà occidentale - che presentava ancora tanti difetti visibili ad occhio nudo - si potesse sostituire qualcos’altro, qualcosa di più vicino agli ideali di liberté, egalité, fraternité. Sappiamo come è finita.
Ora non si crede più in nulla, perché non si intravedono alternative credibili a quello che passa il convento. Così basta poco, un Obama qualsiasi, a farci sperare che qualcosa di diverso si possa fare. Oggi con Obama gli USA hanno un leader che con la sua sola ascesa, prima ancora di aver compiuto un solo atto politico, sembra aver ridato smalto ad una democrazia ultimamente paurosa e ritratta su se stessa. E almeno un po’ si torna a sperare. Per uno così anch’io, alla mia età, potrei andare in piazza, darmi da fare, incazzarmi se occorre. Lo farei perché questo semisconosciuto figlio del sogno americano è riuscito con la sua stessa biografia ad incarnare quello spessore umano e politico che rende possibile intravedere la possibilità di un vero cambiamento.
Il nostro miserevole panorama (politico e non solo) ci offre invece solo mezze figure e tutte abbarbicate alle loro miserevoli posizioni di potere. Così no, non è così che “si può fare”. Perché per fare il Sessantotto non basta incazzarsi e protestare in piazza, non servono slogan precotti. Occorre lasciar intravedere al di là delle parole una possibilità di cambiamento vero. Io - mi spiace immensamente dirlo - in mezzo a tutte le nostre maleodoranti “caste” fatte di corruzione in ogni angolo, di baronie non solo universitarie, di prebende elargite con sotterfugi contabili agli amici degli amici, di evasione fiscale generalizzata (per chi se la può permettere), di posti-chiave nel mondo della finanza, delle imprese, dell’informazione, della sanità, ecc. attribuiti in base al cognome con cui si è nati, questa possibilità di cambiamento “vero” non riesco proprio a vederla.
Se si vuole davvero “Salvare l’Italia” serve una spinta nuova che coinvolga le coscienze di tutti noi e di ciascuno di noi. Occorre saper vedere oltre il proprio egoismo, saper rinunciare a qualche privilegio, avere la consapevolezza dei propri doveri prima ancora di quella dei propri diritti, sapersi assumere la responsabilità delle proprie azioni. Questo sì, che sarebbe cambiamento vero, quello che non si deve chiedere solo alla classe politica, ma che occorre prima di tutto esigere da se stessi.
Il nuovo Sessantotto, il vento di cambiamento, quello vero, stavolta non dobbiamo aspettarci di trovarlo in piazza. Il nuovo Sessantotto, se c’è, occorre tirarlo fuori da dentro di noi.

I dati che si leggono in questo articolo comparso qualche anno fa su un’autorevole rivista sconcertano: sono a dir poco agghiaccianti. Ne convenite, vero? Ma tutto sommato l’ordine di grandezza di questi numeri non vi sorprende, sono numeri che purtroppo si sentono spesso dire in giro.
Forse invece vi sorprenderà sapere che, restando tra le mura di casa vostra o in quelle di una scuola, avete quattro volte più probabilità di avere un incidente che quando siete per strada o sul vostro posto di lavoro.
Eppure è proprio così.
Il rapporto sugli infortuni nell’Unione europea “Injuries in the European Union – Statistic summary 2003-2005” raccoglie ricerche condotte nei 27 paesi membri. Sembra quasi incredibile che solamente il 20% degli incidenti avvenga sul lavoro o in strada e che il restante 80% sia rappresentato da infortuni che si verificano in luoghi percepiti come più sicuri, come la nostra casa o la scuola frequentata dai nostri figli. Il rapporto rende noto che gli incidenti domestici hanno un’incidenza sulla mortalità pari al doppio di quelli stradali e addirittura dieci volte in più di quelli sul lavoro.
Quando - ancora troppo spesso - leggiamo sui giornali o sentiamo alla TV che ogni anno muoiono sul lavoro, in Italia, 3-4 persone al giorno, avvertiamo tutti il peso di questa tragedia. Sapere che i morti sulle strade sono quasi 20 al giorno non ci sconvolge allo stesso modo: in televisione ci fanno vedere solo gli incidenti più tragici, e allora pensiamo che siano morte “solo” quelle 3 o 4 persone; le altre 16-17 non ci “arrivano”, quindi non esistono.
E che in casa o a scuola muoiano ogni giorno 30-40 esseri umani, direttamente o per patologie causate da infortuni, non ci allarma altrettanto, anche se, in fondo, è un rischio che tocca tutti noi molto da vicino. Ma in televisione non c’è, quindi non succede.
Tra l’altro, se non succede, nessuno sta lì a chiedersi il perché succede. E infatti pochi sanno che il divano che hanno nel proprio soggiorno prende fuoco facilmente e che il fumo tossico che si sprigiona dalle sue imbottiture è in grado di riempire una stanza in poco più di un minuto. E quasi nessuno sa che ogni anno muoiono in media tre persone per l’esplosione del tubo catodico di un vecchio televisore con relativo lancio delle schegge del cinescopio e il successivo incendio. Non fa notizia, quindi… non accade. La notizia assurge al rango di “meritevole” solo se riguarda una particolare tipologia di vittima (qui il caso di una bimba di 5 anni), oppure ha modalità inconsuete.
E’ da tempo che mi chiedo perché esista una differenza tanto netta nella percezione di fenomeni altrettanto gravi. Perché 3 morti sul lavoro ogni giorno fanno più notizia che 30 in casa? La mia risposta vi sembrerà strana, ma io credo che questa differenza sia da attribuire al ruolo della contrapposizione, della conflittualità tra le parti in causa.

Cerco di argomentare questa mia tesi perché non appaia troppo bizzarra.
Nel caso degli infortuni sul lavoro, i lavoratori sono controparte degli imprenditori e questi hanno l’obbligo giuridico di garantirne le condizioni di lavoro in sicurezza. Quando avviene un infortunio c’è un’istruttoria per valutarne la dinamica ed accertare le eventuali responsabilità dell’imprenditore e dei suoi preposti. Il sindacato, poi, fa la sua parte, e - specie nei casi più eclatanti o di carenze evidenti nelle predisposizioni di sicurezza - arriva a proclamare azioni di protesta che amplificano l’esposizione dell’infortunio alla pubblica attenzione. Col tempo, quindi, si consolida la percezione che gli infortuni sul lavoro sono una piaga sociale che va debellata. Con la sempre più massiccia esposizione mediatica di questi eventi luttuosi, l’opinione pubblica si convince della gravità intrinseca del fenomeno anche al di là delle sue oggettive dimensioni, arrivando a credere (ed ecco la percezione, appunto) che il fenomeno stesso sia in continuo aumento, quando invece è in costante - seppur lenta - diminuzione (dal 2001 al 2007 i casi mortali sono passati da 1546 a 1210).
Nel caso dei morti sulle strade, invece, non esiste una vera e propria “controparte”: molto spesso è lo stesso guidatore che causa l’incidente per comportamenti di guida scriteriati. Ma avrete notato anche voi che il fenomeno diviene più percepibile quando è possibile individuare un “colpevole” terzo, dunque una controparte (”le stragi del sabato sera sono colpa dei gestori delle discoteche”, “è colpa del fondo stradale dissestato e quindi del comune che non fa la manutenzione”).
Di rado lo stesso meccanismo di identificazione di una “controparte” può avvenire per gli infortuni domestici, la cui causa per lo più deriva da scelte o comportamenti sconsiderati delle stesse vittime. Ma potete star certi che se l’opinione pubblica si rendesse conto che molti incidenti domestici potrebbero essere evitati se la progettazione e la costruzione degli ambienti, degli utensili e delle suppellettili fossero più accurati, comincerebbero ad emergere anche le relative responsabilità, ed il fenomeno finalmente assurgerebbe al rango di scandalosa “strage” (quale in effetti è).

Insomma, mi sembra che, quando non c’è un “responsabile” (distinto dalla vittima) l’incidente sembra perdere interesse per i media e dunque anche noi non lo “vediamo”.
Mi spingerei a sostenere che questo fenomeno si estenda anche ad altre notizie di cronaca. L’articolo apparso su MC sul caso Emmanuel “Negro” e le riflessioni che ha indotto in alcuni dei commentatori mi fa pensare anche a questa possibilità. Viene da chiedersi se il moltiplicarsi di casi di maltrattamenti di matrice razzista (come specularmente accade per i casi di crimini commessi da parte di extracomunitari) sia un fenomeno davvero così in aumento oppure se sia in aumento la percezione dell’opinione pubblica sulla gravità di questo fenomeno grazie all’esposizione mediatica che gli deriva dalle contrapposizioni politico-sociali che esso scatena.
Pensateci, e poi fatemi sapere.
Di sicuro "Il Grande Freddo" è uno dei miei film preferiti.
Per chi non lo avesse visto o non lo avesse presente, in questo film del 1983 si narra di sei amici, vecchi compagni d'università, che si ritrovano dopo anni al funerale di uno del loro gruppo e decidono di passare il week-end insieme per ricordare i "vecchi tempi". Un tema poi riproposto anche da Verdone nel suo "Compagni di scuola", con accenti molto meno epici e per questo - almeno per me - molto meno coinvolgenti.
Ne "Il Grande Freddo" le storie personali di ciascuno dei protagonisti si dipanano intrecciandosi tra brillanti dialoghi ed una colonna sonora fatta di un collage di memorabili pezzi "anni 60", per lo più tratti dal catalogo Motown, quello che raccoglieva molti grandi della musica "soul" dell'epoca (Temptations, Stevie Wonder, Marvin Gaye, ecc.).
Tra le storie raccontate nel film, una mi ha colpito, in particolare: quella di Meg (interpretata da Mary Kay-Place) una brillante avvocatessa single che non ha trovato l'anima gemella, ma che desidererebbe tanto avere ugualmente un figlio. Nella realizzazione di questo desiderio, Meg viene aiutata da Sara (Glenn Close), che con un gesto di grande, delicata amicizia, chiederà a suo marito Harold (Kevin Kline) di provare ad esaudire questa voglia di maternità.
L'episodio mi è tornato in mente leggendo questa notizia.
Una spalla su cui piangere e, nel caso non si trovi l'anima gemella entro un ragionevole limite d'età, un uomo fidato con cui fare un figlio e soddisfare il bisogno di maternità. Per il 56% delle donne il migliore amico è una risorsa davvero insostituibile: intervistata per un sondaggio commissionato da un'azienda di integratori alimentari - riporta la Bbc News on line - la maggior parte di loro confessa che ricorrerebbe al proprio compagno di scorribande per diventare madre, se proprio l'uomo giusto tardasse ad arrivare. L'indagine evidenzia che oltre la metà delle donne è ossessionata dalla difficile ricerca del partner adatto con cui fare un figlio.
E così quella che a me sembrava una tenera, dolcissima singolarità inventata da uno sceneggiatore in gamba, a quanto pare è un fenomeno alquanto diffuso nella realtà.
E' qualcosa che mi fa pensare.